Rapporti autentici e in autentici
Quando un rapporto può essere detto autentico? Quando la persona è capace di esprimersi completamente in esso, inclusa la capacità di “chiudere” emotivamente le situazioni che si creano nel corso del rapporto. Ciò implica che nel rapporto ci sia spazio non solo per un angelo, ma per la persona che sono veramente, con la mia meschinità, la mia rabbia, la mia genialità, la mia paura, la mia timidezza, la mia audacia ecc. ... Se non c'è spazio per il mio corpo o per la mia mente, o per qualsiasi elemento significativo di me stesso, dobbiamo definire questo rapporto poco reale, inautentico. Nel rapporto formale si sottrae una parte della persona, la si chiude in un ghetto, aggiungendo al suo posto atteggiamenti, ruoli, regole che falsano. Questo è vero per tutti i rapporti, incluso il rapporto con se stesso. Ed è vero in particolare per i rapporti più intimi, quelli nei quali investiamo di più emotivamente e ci aspettiamo di più. Di solito proprio in questi si accumulano tanta delusione inespressa e tanti risentimenti, che le persone – marito e moglie, figli e genitori – a un certo punto non si vedono e non si sentono più l’un l’altro: stanno cioè isolati, narcisisticamente fuori da ogni scambio, pur convivendo e sfiorandosi fisicamente in continuazione. Questo è il contenuto concreto quotidiano di quello che possiamo chiamare, in modo altisonante, rapporto in autentico. Non avviene solo che tu non vedi me, ma anche che io non mi mostro; non solo io non ti ascolto, ma tu non fai sentire la tua voce: questa è la nostra collusione nel rapporto falso. Si crea un’associazione a delinquere raffinata, mediante cui ci aiutiamo reciprocamente a tradire noi stessi e l’altro.
Il rapporto autentico invece richiede la capacità di separazione autentica. Noi possiamo avere una vera comunicazione se io sono anche capace di sbatterti la porta in faccia; possiamo avere un vero sì, se tu sai anche darmi un pieno no. Se io sono in grado di separarmi da te quando ne ho bisogno, in quanto ciò è richiesto dalla mia situazione reale, questa separazione mi permette, quando ci incontriamo di nuovo, di incontrarci pienamente, con vero coinvolgimento. Se non abbiamo diritto di dire “no”, finiamo col non poter dire “si”. Se, per la mia o per la tua paura di essere solo, non abbiamo la possibilità di girarci le spalle e di separarci, avverrà in ognuno di noi una scissione interna, in seguito alla quale una parte del vero Sé non comparirà nell'interazione e finirà ingoiata in una migrazione interiore dell'anima. Chi può veramente separarsi dall'altro, può veramente incontrare l’altro. Se hai la garanzia che puoi uscire dal rapporto, puoi anche rischiare di coinvolgerti. Io ho paura di essere risucchiato, fagocitato, divorato dall'altro; ma se sono in grado di uscire quando voglio e ho bisogno, posso anche impegnarmi nell'incontro. Quello che ho descritto ha a che fare con la famiglia patologica, in cui, non potendo uscire minimamente, non oso entrare. Si verifica anche nella coppia patologica, nonché nella terapia patologica.
Molte terapie sono patologiche per il semplice fatto che il terapeuta, temendo di perdersi nei guai del paziente, non osa aprirsi a lui e incontrarlo veramente. Il timore di essere trascinato via nei meandri della follia dell'altro, avvolto dalla sua sofferenza al punto da perdere il sonno e da essere ossessionato dai suoi guai, è dovuto all'incapacità di separarsi. Non posso dimenticare il paziente, chiudendo il contatto; non posso neanche riconoscere che il contatto non c'è, in quanto l'altro non è disponibile al contatto; non posso, cioè non devo: il mio dovere è di stare lì, di rendermi utile, di essere comprensivo, accettante. Come terapeuta devo essere un santo! Il terapeuta deve solo dare; non ha il diritto di arrabbiarsi; di rifiutare, di esprimere panico, ansia, paura. Insomma, non avendo il diritto di esistere, non può dare al paziente il permesso di esistere pienamente. Il loro rapporto è perciò ridotto a qualcosa di formale di banalmente irreale. Il terapeuta non ha il diritto di ritirarsi dal contatto, salvo all’ora stabilita per la fine della seduta, non ha diritto di andar via, ma deve rimanere in posizione difensiva, alla giusta distanza.
Carl Rogers parla di accettazione incondizionata. Ma Rogers è quasi un santo …! Noi, esseri umani comuni, abbiamo bisogno, per poter essere coinvolti, del diritto all’intervallo, alla fuga; per prendere contatto, abbiamo bisogno di interrompere il contatto. Non esiste un essere presente senza un distacco, proprio come chi dorme la notte può svegliarsi ed essere pienamente sveglio, ma per chi soffre di insonnia la veglia vuol dire essere mezzo addormentato; alla fine della giornata è poi così nervoso che non può dormire, e passa la notte mezzo sveglio ... La veglia, mezzo addormentato, e il sonno, mezzo sveglio, sono la stessa cosa, uno stato che può essere adottato come simbolo dei brutti compromessi nevrotici ai quali spesso facciamo ricorso. Un altro esempio, preso nel contesto della psicoterapia, è lo stato di distacco professionale, in cui il terapeuta è tutto occupato dalla diagnosi, dalla prognosi, dalla preparazione del prossimo intervento, dal ricordo della biografia del paziente, dalla storia familiare del caso. Il terapeuta non può prestare attenzione a tutto ciò ed essere anche veramente aperto all'esperienza di sé e dell'altro. Egli è stato piuttosto formato a occuparsi di tutte quelle considerazioni scientifiche che costituiscono la “professionalità”, scindendo la sua consapevolezza intellettuale da quella organica, viscerale. La scissione lo porta a identificarsi unicamente con la testa. Si sente giustificato, insomma, quando non c'è; e si sente debole, in pericolo, e al limite colpevole, quando, ammettendo il contatto, si autorizza a essere presente.
