La separazione della perdita
Pochissime persone scelgono di completare il rapporto mozzato e incompiuto tramite la consapevolezza. I più si impediscono di finire il rapporto dopo la separazione, così come non lo hanno fatto prima. Il rifiuto di essere consapevoli non dipendo solo dall’abitudine di impedirsi di completare al situazione, ma anche dai guadagni connessi, cioè dal tornaconto, proprio come lo si aveva prima della separazione. Possiamo pensare al caso della vedova, paurosa di tentare nuovi rapporti con uomini, che utilizza l’attaccamento al marito morto come un alibi per non affrontare le nuove situazioni della vita. Nella nostra cultura ci sono persone che pensano che il non reagire equivale a dignità e coraggio, e che quindi sopprimono il loro senso di perdita dopo una separazione subita, reprimendo la tristezza e rifiutando di elaborare il loro lutto; credono di esser al di sopra della debolezza controllando se stessi. Non si permettono in tal modo il processo emotivo della vera separazione, che richiede di abbandonare colui che non c'è più. Un altro esempio dell'incapacità di fare ciò che è necessario per porre fine a un rapporto morto possiamo trovarlo nel partner che, essendo abbandonato/a, non vuoi dare sfogo al suo dolore e alla sua rabbia perché non vuol dare la soddisfazione all'altro. Invece di esprimere, e quindi di espellere, i risentimenti che rimangono, liberandosene e diventando capace di intraprendere un nuovo cammino, preferisce dare inizio a una guerriglia che comprende litigi patrimoniali, alimenti, assegnazione dei figli, giorni di visita, rifiuto di accettare le decisioni del tribunale, e così via. Questo è un modo frequente di manifestare la rabbia. Questa esce fuori, ma non c'è mai la soddisfazione della sua espressione catartica e piena. In queste situazioni, se ci si prende la briga di ascoltare i motivi del risentimento, risulta che l'individuo non è arrabbiato perché è stato abbandonato o per il modo in cui si è finito il rapporto, ma perché l'altro fa delle richieste opprimenti o perché non rispetta la sentenza del giudice. Insomma c'è sempre un motivo giustificatissimo per la rabbia, mentre la rabbia reale, naturale, non viene fuori. La rabbia naturalmente è tabù perché è considerata negativa o cattiva; il lutto o la tristezza perché sono considerati debolezza; la colpa, la vergogna, il senso di sconfitta sono tabù perché è l’altro che dovrebbe sentirli, non io, in quanto è l’altro che ha torto … Ai nostri giorni l'ethos medico-psichiatrico, sostenuto dai valori edonistici del consumismo e del benessere, ha raggiunto un nuovo tabù: il divieto di sentire il dolore. Se siamo ansiosi, basta prendere uno psicofarmaco o, in un altro contesto culturale, fumare uno “spinello”. Nell'etica che ho attribuito al consumismo contemporaneo e alla concezione medico-psichiatrica che si è messa al suo servizio esiste una specie di fobia o di divieto riguardo al dolore. La tristezza non deve esistere. Al suo posto subentra la depressione - una categoria patologica -, oppure la stanchezza, comprensibile in termini fisiologici. In entrambi i casi uno stato di coscienza, un nobile sentimento, la tristezza, è ridotto a cosa sporca e vergognosa, di cui ci si deve liberare.
Un altro modo in cui evitiamo di abbandonare il rapporto morto, lasciando che quello che appartiene al passato sia sepolto nel passato per trovarci nella solitudine e nel vuoto del dopo, è quello di cercare delle occupazioni. “Tieniti occupato”, diciamo come consiglio agli amici; “trova qualcosa da fare, fingi di essere già fuori della crisi prima di esserlo”: questo è in sostanza il contenuto di tale consiglio. Oppure: “Trovati subito un nuovo rapporto”, di nuovo falsandoti, fingendo di essere già fuori e di aver ripreso interessi, curiosità. “Riempi il vuoto”, diciamo, per non prendere contatto con quel che succede. Se non abbiamo la possibilità di far ricorso a queste strategie, ricorriamo semplicemente alla farsa: fingiamo che niente sia successo, cioè fingiamo di essere emotivamente morti. Ma il pericolo di una tale recita è che, ogni volta che fingiamo di essere di essere emotivamente morti.lesato sia sepolto nel passato per trovarci nella solitudine e nel vuoto del dopo, è quello di ceremotivamente morti. Ma il pericolo di una tale recita è che, ogni volta che fingiamo di essere morti, moriamo davvero un pochino. Quando, insomma, per allergia alla solitudine e al vuoto copriamo la loro esistenza, rimaniamo in loro dominio.
C'è un'altra considerazione da fare: molti ritengono che lasciare la presa di un rapporto morto sia un disonore o un'offesa, perché magari pensano che l'unica immortalità possibile per una persona morta è quella di essere ricordata. Questa è semplicemente ignoranza. Chi pensa in questo modo non sa che, se c'è stato un rapporto vero, significativo, quando l'altro era veramente presente, allora noi siamo stati toccati, arricchiti, cambiati; la persona che oggi hai perso è veramente entrata dentro di te e continua a vivere in te come parte del tuo essere: non come un ricordo soltanto, o come una massima che hai fatto tua e che finisce per stare tra te e il mondo. Dove c'è stato un vero Rapporto, l'altra persona e diventata una parte funzionale di te stesso.
C'è un aspetto di separazione di cui parliamo raramente, pur incontrandolo nella psicoterapia e anche nella maturazione normale della vita. Si tratta della separazione dal sé antecedente, che conosciamo sotto due forme scisse e antite-tiche: un sé ideale inflazionato (“se potessi essere me stesso ...!; nessuno di voi mi conosce come realmente sono”), e il suo contrario, il sé abietto e avvilito (“solo io so come sono sporco, veniale, meschino, carogna”). Questo sé a cui non do vera espressione e che non esiste come realtà - o perché è troppo, o perché è troppo poco - è condannato perciò a esistere come fantasia. Quindi ci separiamo da questa situazione scissa e cominciamo a far vivere il meglio e il peggio di noi stessi; ci separiamo tanto dall’alibi del sé squalificato, quanto dalla giustificazione del sé ideale; smettiamo di mettere noi stessi troppo in alto o troppo in basso, accettando di essere all’altezza né più né meno della situazione reale.
