La mente come difesa ipnotica
In generale, anche se numerose volte siamo costretti a subire questo trauma da nascita, perché sempre di nuovo ci ricostruiamo una specie di grembo, si può dire che ci sono dei nessi primari con cui ci difendiamo.
Appena nati, ricominciamo la regressione, la costruzione dell’ovatta, cioè della difesa. Questa illusione di difesa è impermeata soprattutto su ciò che noi chiamiamo mente. Costruiamo un utero sostitutivo soprattutto tramite la stupidità, l’ignoranza o quella che possiamo chiamare la voluta ottusità, cioè il non sapere, il non accorgersi, il non recepire, il non essere consapevoli, non essere presenti. Pongo un muro tra me e la realtà in cui vivo; mi isolo per difendermi. A questo fine sono disponibili tanti mezzi, per esempio, regole, idee, modelli, per interposizione tra me e quanto va oltre i miei preconcetti e pregiudizi. C’è una chiacchiera continua che occupa la mia attenzione, un nastro che non smette di correre nella mia testa. Quasi sempre presto attenzione a queste aspettative, idee e immaginzioni, piuttosto che al reale. Navigo in generale in un mare di illusione proiettiva, piuttosto che prendere contatto con quel che c’è.
Nella psicoterapia della Gestalt parliamo di modi particolari di ingabbiarci. Possiamo elencare:
la confluenza – con cui mi fondo con gli altri, non accorgendomi delle differenze – e cioè, in definitiva, della natura reale dell’altro, dell’alterità, e quindi della differenza tra me e te;
la introiezione – con cui prendo dentro persone, opinioni, idee, emozioni, atteggiamenti e li vivo come me stesso, anche se sono alieni ed estranei;
la proiezione – in cui vivo cose che sono mie come esterne ed estranee;
la retroflessione – in cui dirigo la mia reazione non contro lo stimolo esterno, ma contro me stesso (per es. piuttosto che arrabbiarmi, mi reprimo e mi colpevolizzo).
Questi disturbi del contatto, nei quali usiamo la mente per impedire o interrompere il contatto, fanno parte di quello che ho chiamato ottusità, stupidità voluta. Noi li costruiamo per crearci un utero sostitutivo finto, in cui viviamo per rimpiazzare il grembo perduto, non potendo o piuttosto non volendo subire troppo la realtà.
Due forme specializzate di questa ottusità, a servizio dell’ìgnoranza primaria, sono da una parte l’odio e l'aggressività, con cui in continuazione respingo la realtà, ponendo una divisione tra me e l’altro, e dall’altra parte quella specie di attaccamento, quell’avidità con cui mi appiccico a quello che è stato gratificante, rifiutando di nascere, di separarmi, di scindermi da quello che io insisto a vivere come parte di me stesso. Questa avidità o attaccamento, allo stesso modo dell’odio mi separa dagli altri: gli altri che sono vivi, presenti, che parlano e incidono su di me, che vogliono, che danno, che esigono, che rappresentano quindi una realtà non facile da affrontare. Allo stesso tempo, con l’avidità e l’attaccamento trasformo gli altri e la realtà in generale in una placenta; cioè io sostituisco quell’altro che mi era accanto e vicino con altre persone; insisto nell’avere l’altro con me, per me, a mia disposizione, di immobilizzarlo e tenerlo dove voglio io.
Sto suggerendo con ciò che questi rapporti di dipendenza, che conosciamo bene – l’attaccamento ai soldi o al sesso opposto, l’insistenza a fagocitare i figli, il rifiuto di separarsi dai genitori, la dipendenza dall’autorità, l’uso dell’altro per sostenermi, il rifiuto dell’autonomia - non sono altro che un tentativo di ricostruire la placenta, vale a dire quella perenne presenza, vicina e disponibile, che mi ha accompagnato durante il lungo soggiorno nell’utero.
In ogni caso il comportamento sano e funzionale è relazionale. Non è quello costruito sull’isolamento. La salute è connessione. Si stabilisce un ciclo: prima ho sensazioni e bisogni, cioè voglio; poi agisco, mi estendo o esco per fare; e finalmente torno a me stesso. Per esempio: ho fame, mangio, smetto. Procedo ogni volta da un bisogno, una voglia, una sensazione, un sentimento; entro in contatto; si crea una interazione; poi torno alla mia situazione originaria, chiaramente alterato dall’interazione e lasciando una alterazione nell’ambiente. Il comportamento sano è relazionato per il semplice fatto che l’organismo è sempre in un ambiente. Non esiste organismo che non abbia un ambiente, come non esiste un ambiente - almeno conosciuto da noi – se non c’è un organismo che lo conosca. Allora, quel che io ho chiamato la mente, questa mente che ricostruisce un grembo fatto di ottusità, che si separa con aggressività dall’ambiente, che si attacca con avidità all’altro sottomesso al suo uso, ricostruendo così la placenta, questa mente contribuisce a creare un’autoipnosi o autolimitazione. Non è adattiva; tende a costruire un distacco fisso, mediante un equilibrio statico, crea una gabbia, una scatola, un recinto in cui uno vive riproponendo quel soffocamento rassicurante che era il grembo.
